Lo scandalo del vino al metanolo
Vino al metanolo, 40 anni fa 19 morti e 23 persone cieche: storia dello scandalo che ha cambiato il settore
Nei giorni scorsi mi hanno fatto questa domanda: “Ma chi ha deciso di mettere all’Inferno i personaggi della Divina Mistura e perchè?” Naturalmente prima di rispondere che la responsabilità è stata solo mia, ho speigato anche il meccanismo letterario e logico che ho utilizzato. All’Inferno (se così lo vogliamo chiamare) ci sono finiti di sicuro quelli che hanno danneggiato gli altri e in alcuni casi anche per fatti davvero gravi. Ma si può morire per un cocktail? Sui drink non saprei, ma sul vino ne sono certo. E infatti, domani 3 marzo, ricorre un triste anniversario, quello dello scandalo del vino al metanolo. E non a caso coloro che lo provocarono sono ben piazzati proprio nel Canto primo:
In quel lago, di pena e strazio nudo,
vidi il Ciravegna con l’amato figlio,
di Narzole, con l’ombra di un diniego.
Di seguito tutta la storia di quell’evento che accadde giusto 40 anni fa…
Estratto da Il Corriere della Sera (di Alessandra Del Monte)
Il 3 marzo 1986, a Milano, viene trovato senza vita Armando Bisogni, 48 anni. Sul tavolo una bottiglia da due litri di Barbera. Comincia lo scandalo del vino al metanolo, un sistema criminale di adulterazione con effetti devastanti. Da lì il vino italiano è ripartito per puntare sulla qualità
Armando Bisogni ha 48 anni quando, il 2 marzo del 1986, muore nella sua casa di Milano. Viene ritrovato il 3 marzo: accanto a lui, sul tavolo, un bottiglione di Barbera da due litri comprato all’Esselunga di viale Fulvio Testi per 1.890 lire (poco più di due euro di oggi). Renzo Cappelletti, 56 anni, di Paderno Dugnano (Milano), perde la vita nella sua abitazione il 5 marzo. Aveva bevuto lo stesso vino. In un primo momento questi decessi vengono attribuiti a infarto o a cause ignote: non si sa ancora che Bisogni e Cappelletti saranno le prime due vittime del vino al metanolo, la sofisticazione alimentare che quarant’anni fa esatti, nel marzo del 1986, ha scosso l’Italia causando 19 morti, centinaia di intossicazioni e cecità completa a 23 persone. Ma in quei primi giorni il mosaico non è affatto chiaro, anzi. Il 6 marzo, all’ospedale Sacco di Milano si presenta Valeria Zardini, 60 anni, che quella sera aveva bevuto del vino Barbera (bottiglione da due litri, 1890 lire) acquistato poco prima con il marito Mimmo Ferlicca. Vomita, perde lucidità, in capo a poche ore resta completamente cieca. I medici parlano di avvelenamento, non si capisce ancora da cosa.
L’allarme sanitario
Come ricostruito, con dovizia di dettagli, da Metanolo, podcast Originale Spotify prodotto da Will Media e Boats Sound che ha ripercorso attraverso la voce dei protagonisti l’origine di una delle truffe alimentari più sconvolgenti della storia italiana, è la data del 12 marzo 1986 a cambiare tutto. Quella sera Benito Casetto, 51 anni, residente in viale Sarca, chiama l’ospedale Niguarda in preda ai crampi addominali. Poco dopo arriva nello stesso pronto soccorso anche Alvaro Antinori, 43 anni, con sintomi simili: dolori addominali, mal di testa e convulsioni. Di turno al Centro antiveleni dell’ospedale milanese c’è Franca Davanzo, medico strutturato: con i colleghi analizza la situazione e capisce che quello è un avvelenamento da alcol metilico o metanolo, una sostanza che normalmente si produce nella fermentazione dell’uva ma in dosi bassissime, mentre è altamente tossica in dosi più elevate. In pratica, avvelena tutti gli organi e attacca il sistema nervoso centrale. Il 13 marzo arrivano al Niguarda altre sei persone, sentitesi male durante una festa: anche per loro si tratta di intossicazione da metanolo.
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